IL RAPPORTO DI LAVORO DEI DIRIGENTI DEL S.S.N. 

Allorquando il legislatore ha approvato la "privatizzazione" del pubblico impiego, il rapporto di lavoro dei dipendenti del ruolo medico e veterinario del S.S.N. ha ricevuto un trattamento particolare.

Tale particolarità consiste nel conferimento della qualifica dirigenziale a tutti i medici e veterinari, anche se non posti a capo di una struttura, cosa che non ha riscontro in tutte le altre aree contrattuali.

La dirigenza è stata articolata su quattro livelli, due di direzione di strutture complesse ("a") e semplici ("b") e due di incarichi professionali ("c") e ("d").

Il diverso contenuto degli incarichi è determinato dall’azienda in sede di graduazione delle funzioni e di connessa individuazione della retribuzione di posizione.

Il dirigente di nuova nomina ha attribuito un incarico iniziale (d) e solo dopo cinque anni di anzianità "può" avere attribuito un incarico superiore (c).

Il problema nasce nel momento in cui, se è più agevole individuare gli incarichi di direzione di struttura in base a dei criteri oggettivi (struttura semplice e complessa), non è agevole distinguere con criteri oggettivi gli incarichi professionali.

La definizione contrattuale è infatti artificiosa, facendo riferimento all’uso di competenze di "base" o "elevate".

Nella realtà accade che gli incarichi "d" e "c" non siano distinguibili e medici che svolgono lo stesso lavoro presso la stessa struttura abbiano una retribuzione differenziata in base all’anzianità maggiore o minore di cinque anni, con il risultato di reintrodurre in modo surrettizio la retribuzione di anzianità che è stata del tutto superata dai principi cardine della riforma.

A ciò si aggiunga che è dubbio se l’attribuzione di un incarico superiore sia una facoltà o un obbligo dell’azienda, con il risultato di indebolire la posizione dei dirigenti non apicali nei confronti degli organi di direzione politica, con buona pace del principio di separazione tra direzione politica e gestione!.

La normativa brevemente riassunta è di dubbia legittimità costituzionale (art.3,4 e 97).

Ma non è finita:

Alcune aziende ritengono che l’anzianità di cinque anni debba essere maturata presso la stessa azienda e pertanto non computano al fine del conferimento dell’incarico superiore l’anzianità maturata presso altre aziende.

Analogo problema hanno i medici di guardia medica, della medicina dei servizi o ambulatoriali passati dal rapporto convenzionale a quello dipendente, nonostante vi sia un D.P.C.M. che equipari l’anzianità in rapporto convenzionale con quella alle dipendenze dell’azienda.

Ulteriore profilo, non trascurabile, è che lo svolgimento di mansioni superiori all’interno della qualifica dirigenziale non dà luogo al diritto al pagamento di differenze retributive; per tornare all’esempio fatto, il medico con incarico "d" che svolge attività identica al medico con incarico "c" (con più di cinque anni di anzianità) non avrebbe nulla di cui lamentarsi.

Anche in questo caso, senza scomodare la Corte Costituzionale, ci si dimentica che nel pubblico impiego vige il principio di parità di trattamento contrattuale (che non vige nell’impiego privato) e che pertanto situazioni di tal genere non sono conformi al diritto.

L’ultima "chicca" si rinviene nell’ultimo contratto della dirigenza medica e veterinaria laddove prevede una maggiorazione dell’indennità di esclusività per i medici con più di quindici anni di anzianità: a questo punto sarebbe più coerente tornare agli scatti automatici della retribuzione, quantomeno non vi sarebbe la rincorsa all’incarico dirigenziale di maggior valore!

Considerazioni analoghe valgono per la dirigenza sanitaria, amministrativa, tecnica e professionale (tranne che per la indennità di esclusività).

   
   
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